Frode falsificazione vini di Pordenone

vini pordenone carcere sbarre prigione Il caso al vaglio della magistratura, riporta fatti che sempre più spesso animano la cronaca del nostro paese: le frodi alimentari di prodotti tipici italiani.

Vuoi la bontà dei prodotti nostrani, vuoi la garanzia che universalmente è associata al made in Italy, fatto sta che la contraffazione alimentare è diventata un fenomeno allarmate ed a diffusione a macchia d’olio.

Quando parliamo di contraffazione alimentare, ci riferiamo alle due tipologie nelle quali la stessa si sostanzia: abbiamo quella relativa all’alimento in sé, comportante la creazione di un alimento composto da sostanze diverse per qualità o quantità da quelle che normalmente occorrono a formarlo. Abbiamo poi la contraffazione che concerne le indicazioni geografiche o le denominazioni di origine.

In entrambi i casi, il profitto realizzato dal mercato è elevatissimo tanto quanto il danno arrecato al consumatore, alle imprese, allo Stato ed alla salute pubblica.

Per fare un rapido calcolo, si pensi ai produttori di mozzarella di bufala prodotta con latte in polvere proveniente dalla Bolivia, rigenerato e corretto con siero di latte italiano. Questo perché il latte boliviano costa soli 50 cent/kg.

In ogni caso, la vicenda di Pordenone, ha riguardato la seconda tipologia di contraffazione alimentare, inerente l’alterazione delle indicazioni geografiche e denominazioni di origine.

La cosiddetta agro-pirateria, consistente in un’illegale falsificazione delle indicazioni geografiche tutelate e delle denominazioni protette; contraffazione che sfrutta qualità, apprezzamento e notorietà dei prodotti alimentari italiani, traducendosi in un inganno per il consumatore e in un danno economico per le aziende a causa della violazione del marchio e della proprietà industriale.

Il territorio dei fatti criminosi è una zona nota per la produzione di vino e cantine, siamo nel Friuli Venezia Giulia, regione che possiede un'estensione territoriale limitata ed una zona non montuosa utile alla coltivazione ancora più ridotta, ma ciononostante vanta una tradizione vinicola antica e radicata, che produce alcuni dei vini bianchi più famosi ed apprezzati al mondo.

Protagonisti tre imprenditori del Sacilese: il titolare di un’azienda agricola, il legale rappresentante e l’amministratore di fatto.

Soltanto uno di loro veniva però ritenuto responsabile dei fatti contestati, risalenti al periodo compreso tra maggio e settembre 2010.

Accusa di documenti falsi

Il primo, accusato di aver redatto documenti di accompagnamento falsi per il trasporto di oltre 638 ettolitri di vino spacciato per Pinot grigio Igt delle Venezie e di aver contraffatto sugli stessi documenti il timbro del Comune e le relative firme dei funzionari.

Gli altri, accusati di avere venduto per un prezzo complessivo di quasi 48 mila euro lo stesso vino, contraffacendone il marchio di denominazione di origine protetta. A tale scopo erano stati falsificati pure i relativi documenti di trasporto.

La condanna sopraggiungeva solo per l’amministratore di fatto.

Tre persone rinviate a giudizio

Le indagini riguardavano tre persone, investite di ruoli diversi all’interno dell’azienda.

Il titolare della stessa, veniva rinviato a giudizio per la creazione di falsi documenti di accompagnamento per il trasporto del prodotto e per la contraffazione di impronte di pubblica autenticazione.

Il legale rappresentante ed amministratore, invece, venivano rinviati con l’accusa per il reato di cui all’articolo 517 quater c.p., contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari, oltre all’accusa di falsificazione dei documenti di trasporto.

Quasi due anni di reclusione per frode alimentare

Con il provvedimento giudiziario sopraggiungeva il riconoscimento della responsabilità penale dell’amministratore di fatto per frode alimentare, con conseguente condanna ad un anno e otto mesi di reclusione.

Gli altri due imputati, assolti.

La sentenza, inoltre, disponeva la rimessione alla procura degli atti, sempre in merito alla posizione del condannato, per la valutazione della sua ipotetica responsabilità in ordine ai reati inizialmente ascritti in capo ad altro coimputato: creazioni di falsi documenti di accompagnamento, contraffazione di timbri comunali e falsificazione delle firme di funzionari.

Quadro Normativo contraffazione vini

La sentenza in esame appare di preminente interesse in quanto fornisce lo spunto per approfondire il tema della sicurezza alimentare, considerato di primaria importanza in materia di diritto dei consumatori.

Una panoramica generale del problema, non può prescindere da un disamina della normativa comunitaria.

Infatti, la materia della sicurezza alimentare non può essere di appannaggio esclusivo del singolo legislatore nazionale, ma deve essere frutto di una concertazione e collaborazione con il legislatore non solo comunitario ma anche internazionale.

Tra gli obiettivi del legislatore comunitario vi è, in primis, quello di garantire un elevato livello di sicurezza alimentare ed in tale direzione si colloca il Regolamento CE 178/2002, che rafforza le norme applicabili alla sicurezza degli alimenti che circolano nel mercato interno, introduce un quadro di controllo e di monitoraggio della produzione, nonché di prevenzione e di gestione dei rischi.

Il regolamento istituisce, inoltre, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare EFSA (European Food safety authority) che funge da riferimento per il controllo e per la valutazione scientifica degli alimenti.

Affinché venga privilegiata la sicurezza del consumatore in materia alimentare, è di primaria importanza che lo stesso sia informato in merito a tutte le caratteristiche del prodotto e ciò è possibile tramite lo strumento rappresentato dall’etichetta.

In tal senso, si colloca la Direttiva CE 13/2000, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari, nonché la relativa pubblicità.

Testualmente si dispone che “un’etichettatura adeguata, concernente la natura esatta e le caratteristiche del prodotto, che consente di operare la sua scelta con cognizione di causa, è il mezzo più idoneo, in quanto crea meno ostacoli alla libera circolazione delle merci”.

In questi casi il consiglio di un buon avvocato penalista che conosca la materia è necessario.

Il legislatore è intervenuto più incisivamente nel 2011, con il Regolamento n. 1169 che, all’articolo 1 definisce il suo oggetto nonché ambito di applicazione, ove si legge testualmente che lo stesso “stabilisce le basi che garantiscono un elevato livello di protezione dei consumatori in materia di informazioni sugli alimenti, tenendo conto delle differenze di percezione dei consumatori e delle loro esigenze in materia di informazione, garantendo al tempo stesso il buon funzionamento del mercato interno…definisce in modo generale i principi, i requisiti e le responsabilità che disciplinano le informazioni sugli alimenti e, in particolare, l’etichettatura degli alimenti. Fissa gli strumenti volti a garantire il diritto dei consumatori all’informazione e le procedure per la fornitura di informazionisugli alimenti, tenendo conto dell’esigenza di prevedere una flessibilità sufficiente in grado di rispondere alle evoluzioni future e ai nuovi requisiti di informazione”.

I punti salienti della normativa, li possiamo sintetizzare come segue:

1. le informazioni sugli alimenti devono essere precise, chiare e facilmente comprensibili per il consumatore;

2. In tema di responsabilità, l’operatore del settore alimentare, responsabile delle informazioni sugli alimenti è l’operatore con il cui nome o con la cui ragione sociale è commercializzato il prodotto o, se tale operatore non è stabilito nell’Unione, l’importatore nel mercato dell’Unione.

3. Sono obbligatorie le seguenti informazioni: la denominazione dell’alimento; l’elenco degli ingredienti; qualsiasi ingrediente o coadiuvante tecnologico che provochi allergie o intolleranze usato nella fabbricazione o nella preparazione di un alimento e ancora presente nel prodotto finito, anche se in forma alterata; la quantità di taluni ingredienti o categorie di ingredienti; la quantità netta dell’alimento; il termine minimo di conservazione o la data di scadenza; le condizioni particolari di conservazione e/o le condizioni d’impiego; il nome o la ragione sociale e l’indirizzo dell’operatore del settore alimentare di cui all’articolo; il paese d’origine o il luogo di provenienza; le istruzioni per l’uso, per i casi in cui la loro omissione renderebbe difficile un uso adeguato dell’alimento per le bevande che contengono più di 1,2 % di alcol in volume, il titolo alcolometrico volumico effettivo; una dichiarazione nutrizionale

4. Le informazioni obbligatorie sugli alimenti preimballati appaiono direttamente sull’imballaggio o su un’etichetta a esso apposta.

5. Le informazioni obbligatorie sugli alimenti, sono apposte in un punto evidente in modo da essere facilmente visibili, chiaramente leggibili ed eventualmente indelebili. Esse non sono in alcun modo nascoste, oscurate, limitate o separate da altre indicazioni scritte o grafiche o altri elementi suscettibili di interferire.

6. Il termine minimo di conservazione, in caso di alimenti particolarmente deperibili dal punto di vista microbiologico, è sostituito dalla data di scadenza

7. Per gli alimenti che contengono particolari condizioni di conservazione e/o d’uso, queste condizioni debbono essere indicate espressamente.

8. E’ obbligatoria l’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza nel caso in cui l’omissione possa indurre in errore il consumatore

9. E’ obbligatorio l’inserimento di una dichiarazione nutrizionale recante le indicazione di valore energetico e quantità di grassi, acidi grassi saturi, carboidrati, zuccheri, proteine e sale.

Se quella appena descritta è, a grandi linee, la panoramica Europea, vi è da dire che anche la legislazione nazionale tenta di fornire adeguate misure di protezione al problema.

Una disposizione che merita di essere analizzata, in quanto richiamata anche dalla vicenda esaminata, è l’articolo 515 c.p., strettamente connesso al 517 quater c.p. e rubricato “Frode nell’esercizio del commercio”.

La disposizione incriminatrice prevede la pena della reclusione e della multa nei confronti di chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegni all’acquirente una cosa mobile per un’altra o diversa da quella dichiarata, per origine, provenienza, qualità e quantità. La condotta incriminata si basa sulla consegna di una cosa mobile, consegna che può avvenire non solo nell’ambito del contratto di compravendita, ma anche in relazione ad altri tipi di accordo, come per esempio la permuta, sempreché si produca l’obbligo di consegna della merce.

Oggetto dello scambio può essere una qualsiasi cosa mobile idonea a divenire oggetto di relazioni commerciali ad esclusione del denaro costituente il prezzo della res ceduta e dei diritti sui beni immateriali o prestazioni personali e meccaniche.

L’espressione “spaccio aperto al pubblico” designa un qualsiasi luogo destinato all’esercizio di attività commerciali; interessante è sottolineare la lettura che ne ha dato la giurisprudenza,

evidenziando come il termine ben possa esser riferito anche a soggetti che svolgano occasionalmente attività commerciale anche al di fuori di un locale.

Con questa disposizione il legislatore si prefigge di tutelare il bene giuridico rappresentato dalla lealtà e correttezza negli scambi commerciali, con il fine di evitare un qualsiasi turbamento al sistema economico nazionale.

Il singolo atto contrattuale che sostanzia la frode, viene in rilievo non di per sé, ma come elemento idoneo a turbare il sistema di scambi commerciali, proprio perché direttamente teso ad inficiare la fiducia che gli operatori ripongono nelle controparti contrattuali.

Il legislatore intende impedire che un rapporto tra acquirente e commerciante, avvenuto in assenza delle regole della correttezza e della lealtà, si rifletta negativamente sull’economia della nazione a prescindere dalle conseguenze che possano derivare al consumatore.

Infatti, lo stesso acquirente potrebbe persino trarre un vantaggio qualora gli venisse consegnato un bene di valore superiore rispetto a quanto richiesto, indipendentemente dai pregiudizi arrecati al sistema economico nazionale. Questa considerazione spiega l’assenza, nell’ambito della fattispecie, di scriminanti quali, appunto, il consenso del compratore ad accettare cosa diversa da quella pattuita.

La condotta illecita considerata dall’articolo 515 c.p. è punita solamente qualora non vengano posti in essere comportamenti costituenti un più grave delitto.

L’illecito si consuma nel luogo e nel momento in cui viene consegnata la cosa ed il dolo richiesto è quello generico, non ravvisandosi la necessità di particolari finalità di lucro.

Il reato ex articolo 515 c.p., si realizza tutte le volte in cui la res effettivamente consegnata differisca da quella dichiarata o pattuita.

Analizziamo ora, più specificamente, i modi concreti in cui si può configurare tale difformità.

In primo luogo, sovviene la diversità “per origine” che concerne il luogo geografico di produzione, cui il consumatore attribuisce particolare apprezzamento non ponendosi il problema di considerare concretamente l’effettiva bontà del bene.

Ancora, la diversità per “provenienza” che concerne essenzialmente due ipotesi. La prima consiste nel distinguere, con un’indicazione originale, un prodotto diverso da quello originario: è il caso per esempio del produttore di vino che ne versi una certa quantità in bottiglie autentiche di un altro a denominazione di origine controllata. La seconda ipotesi, invece, ricorre qualora venga indicata nella confezione di un prodotto una diversa azienda di produzione, come per esempio nell’ipotesi in cui un venditore commerci un bene da lui fabbricato utilizzando, però, il marchio di altra impresa commerciale.

La diversità per “qualità” riguarda il peso, la misura od il numero.

Ultima ipotesi di diversità, è quella relativa alla consegna di una cosa di specie diversa rispetto a quella pattuita o dichiarata, ossia, il fenomeno meglio conosciuto come “aliud pro alio”.

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